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La prima
osservazione di questa malattia fu pubblicata nel 1861 da Prospero Ménière
il quale documento' il caso clinico di una giovane donna che accuso' sordita'
improvvisa, vertigine e vomito e che mori' pochi giorni dopo. Oggi si puo'
dire che la malattia di Ménière e' una labirintopatia
caratterizzata da perdita dell'udito, vertigine, acufeni e senso di ripienezza
auricolare. Il suo corrispondente anatomopatologico si identificherebbe
nella distensione idropica del sacco endolinfatico. Se esiste
un certo accordo sul meccanismo patogenetico che determina la malattia
di Ménière, sono del tutto ignoti i fattori eziologici;
si ritengono responsabili le alterazioni anatomostrutturali conseguenti
a processi flogistici o le disfunzioni immunologiche a carico dell'acquedotto
del vestibolo e del sacco endolinfatico. Sono stati difatti evidenziati
l'ischemia del sacco, associato ad esiti fibrotici, degenerazione dell'epitelio,
ispessimento della lamina propria. Numerose statistiche hanno dato rilievo
a turbe metaboliche ed endocrine, quali allergie alimentari, stati di
ipo- o ipertiroidismo, iperlipoproteinemie di tipo II, III o IV, sifilide
congenita tardiva o latente, vasculopatie, alterazioni dell'equilibrio
acido-base, disordini della coagulazione. Ciascun quadro patologico concomitante
alla malattia puo' ovviamente offrire utili elementi ai fini di un trattamento
mirato. Da un punto
di vista spiccatamente clinico, il primo sintomo della malattia e', nella
gran parte dei casi, la vertigine. Le crisi vertiginose hanno una durata
variabile, da 30 minuti a piu' ore; la loro frequenza aumenta nel corso
degli anni fino a raggiungere un massimo a partire dal quale gli accessi
vertiginosi diventano sempre piu' rari in relazione alla progressiva degenerazione
labirintica. Non esiste comunque un andamento costante e il quadro clinico
varia da paziente a paziente. Le crisi sono precedute da un'aura premonitrice,
in genere costituita da un intenso acufene o da una sensazione di ovattamento
dell'orecchio. La tensione nervosa e l'ansia, cosi' come l'ingestione
di cibi particolarmente saporiti puo' favorire lo scatenarsi dell'attacco.
Nei periodi intercritici si fa uso di numerosi farmaci che avrebbero il ruolo di rallentare la degenerazione cocleovestibolare. Tra questi citiamo i cortisonici, soprattutto per le loro proprieta' antiedemigene, i vasoattivi periferici (acido nicotinico, papaverina), che agiscono direttamente sulla muscolatura liscia dei vasi, sostanze neurotrofiche, quali numerosi complessi polivitaminici, antiaggreganti piastrinici. Sara' consigliata al paziente una dieta iposodica, ipocalorica e soprattutto si cerchera' di imporre uno nuovo stile di vita, rimuovendo stress psicofisici intensi, astensione dal fumo e dall'alcool, riduzione dell'assunzione di caffeina. Alcuni autori hanno proposto come terapia alternativa l'ossigenoterapia iperbarica.
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